INVITO AL CORAGGIO DI RIBELLARSI

È il 2003, ho appena 18 anni,
prendo due autobus al giorno per andare all’università.
In quello della sera, al mio stesso orario, sale sempre un uomo.
Un giorno mi vede e mi saluta, io mi volto indietro pensando che stia salutando qualcuno, che conosce molto bene, proprio alle mie spalle.
Ma non c’è nessuno.
Il giorno dopo mi vede, sale
sull’autobus insieme a me e mi si siede di fronte.
Mi fissa.
Mi sento in imbarazzo e vorrei
scendere, ma sono troppo distante da casa.
Il terzo giorno mi si siede accanto sicuro e ,con fare affabile, mi dice: “Allora, come va?!” e inizia una conversazione in cui lui è il solo interlocutore.
Io comincio a provare molto fastidio.
Mi alzo e mi metto accanto all’autista.
Il quarto giorno ho paura.
Esco prima da lezione, ma lui è lì, sembra aspettarmi.
Rabbrividisco.
Il quinto giorno non vado a lezione e così anche il sesto.
Il settimo lo trovo già sull’autobus mi fissa da lontano e bisbiglia frasi
tra i denti.
Sembra molto arrabbiato.
Io scendo.
Lui scende con me.
Io affretto il passo, ho paura.
Lui ride e dopo poco sale su un altro autobus.
Io tiro un sospiro di sollievo, ma non per molto.
Poco dopo me lo trovo davanti.
Mi chiama per nome (uno non corrispondente al mio), mi afferra stretta un braccio e mi urla di tornare a casa con lui.
Io sono terrorizzata e dico di lasciarmi andare, non lo conosco! Non so chi sia e cosa voglia da me.
Con una mano mi tiene, con l’altra vuole accarezzarmi.
È pazzo!
Fermo ogni passante e chiedo aiuto.
Lui copre la mia voce dicendo a tutti che sono la sua fidanzata, che
ci conosciamo, che è tutto ok.
La gente allora va via, ignora le mie lacrime e le mie richieste di aiuto.
Come se fosse normale essere trattate così da un uomo, solo perché dice di essere il tuo fidanzato.
Sono sconvolta.
Piango.
Mi divincolo.
Riesco a scappare e mi infilo in un panificio in preda alla paura e all’angoscia.
Chiedo di fare un paio di telefonate.
Chiamo mio fratello e la polizia.
Lui è fuori.
Mi osserva e mi sussurra frasi.
Lo sguardo fisso su di me.
Come un gatto e un topo, si diverte a terrorizzarmi.
La polizia, al telefono, mi fa mille domande alle quali non so rispondere, sono confusa.
Sono troppo spaventata.
Poco dopo arriva una volante, sicuramente chiamata da qualcun altro.
Lui mi fa con la mano il gesto che non sarebbe finita lì e mi manda un bacio.
Poi a passo svelto va via.
Ciò che è successo dopo lo ricordo poco o affatto.
Ricordo solo di non aver dormito quella notte e quelle a seguire.
Ricordo la paura, la vergogna e il pensiero fisso di essere stata io, in qualche modo, ad aver incoraggiato quei suoi comportamenti.
Ciò che più mi ha fatto male però è stata l’indifferenza della gente.
Chi guardava da lontano, chi era incuriosito e non interveniva.
Chi andava oltre pensando che fosse una “normale” lite tra due fidanzati.
Chi non è intervenuto e ha schivato le mie richieste d’aiuto.
Chi non si è preoccupato affatto.
Ho pensato se davvero quell’uomo avesse una fidanzata o se prima o poi l’avrebbe avuta.
Ma soprattutto non riuscivo a smettere di pensare alle donne che quella paura la vivono ogni giorno, la vivono in casa, la vivono mentre dormono, la vivono al fianco di chi dice di amarle e di chi, come quell’uomo, con una mano le costringe e con l’altra le accarezza.

Oggi invito al coraggio, alla ribellione, alla denuncia e alla solidarietà.
Niente è normale se fa paura, se fa piangere e tremare.

Jlenia

One Comment

  1. Valentina

    Jlenia, posso solo immaginare la paura di quel giorno (e dei giorni a venire).
    Il fatto che tu abbia trovato il coraggio di parlarne (scriverne, in questo caso) è la dimostrazione del fatto che sei riuscita a superarlo.
    Queste cose non devono succedere: MAI. Denunciamo e sproniamo la gente ad intervenire in questi casi!!!!
    Ti abbraccio forte.
    Valentina

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