esperienza di figlia - Vivere con una mamma depressa

ESPERIENZA DI FIGLIA: quando la depressione si prende tua mamma

Più che di donna, voglio parlarvi della mia esperienza di figlia.
Voglio parlarvi di quella che è stata, e che è tutt’ora, la mia vita con mia mamma. Una mamma con una malattia, una malattia mentale che non ha niente in più e niente di meno rispetto a tutte le altre: la depressione. Ogni tanto ripenso a come fosse la mia vita prima che questa bastarda entrasse di petto nella nostra famiglia. 

Ci penso ogni tanto, sì, ma spesso fatico a ricordarla. Mi ricordo che mia mamma amava gli abbracci, darli e riceverli. Ricordo che amava avere la casa sempre piena di gente, di bambini. Ricordo i giochi che faceva con noi e con i nostri amici. Queste cose ricordo, le altre non riesco molto bene a metterle a fuoco. Ricordo però alla perfezione il periodo in cui tutti noi (io, mio padre, mio fratello, i miei nonni, le mie zie.. tutti), ci siamo resi conto che stavamo toccando il fondo, insieme a lei, per la prima volta. Avevo circa dodici anni quando i primi sintomi iniziarono a manifestarsi, e vedevo la mia mamma diversa dalle altre: la vedevo alzarsi a fatica dal letto, la vedevo accompagnarci sempre meno a scuola, la vedevo sempre meno cucinare. La vedevo sempre meno. E mi ricordo attimi di follia in famiglia: lei che vaga per il giardino, senza accorgersene. Lei che prova, completamente fuori di sé, ad allontanare mio papà con degli schiaffi. Da quel momento, una separazione di un anno: io e mia mamma a casa dei miei nonni, mio papà e mio fratello a casa nostra. Oltre a non alzarsi dal letto, si riempiva di cibo, di cioccolatini e dolcetti, e nascondeva le carte sotto al letto. Diventava grossa, e io facevo finta di non vedere, e lo stesso faceva mio fratello. Avevamo rispettivamente 14 e 11 anni la prima volta che nostra madre decise di essere aiutata. Psicologa, psichiatra, medicine, flebo di farmaci, day hospital e così via per circa un anno, fino a quando finalmente tornò ad essere la nostra mamma. Per un paio di anni, forse anche tre, la cosa sembrava funzionare: non era più attiva come una volta, ma potevamo invitare amici a casa, potevamo uscire e lei ci accompagnava, potevamo parlare con lei. E lei poteva ascoltarci. Poi di nuovo il buio. Il secondo e il terzo crollo sono stati così ravvicinati da sembrarci infiniti.
Avevo vent’anni, ero felice, anzi, felicissima! Avevo incontrato l’uomo della mia vita, avevamo appena iniziato la nostra convivenza, stavamo così bene insieme! Ma durante l’inverno mia madre stava sempre peggio, sempre peggio. Le cose che uscivano dalla sua bocca erano deliranti, lo sguardo era perso nel vuoto. E noi eravamo sempre più preoccupati, e prima di sbattere la faccia contro la realtà, abbiamo cercato mille scuse. Mia mamma non ha avuto una vita facile, e molte sono state le situazioni che possono aver contribuito l’insorgere della sua malattia. E noi, con lei, ci nascondevamo dietro a queste. Fino a quando purtroppo, la realtà delle cose ci ha presentato il conto, e per un pelo non era troppo tardi! Ricovero coatto in psichiatria, il primo. E lì ho scoperto una realtà così intensa, così forte, così vera. Solo se li vivi, posti del genere, li capisci. Dentro quelle quattro mura, dalle finestre sbarrate e sempre chiuse, si possono vivere le più svariate emozioni – le più diverse e incompatibili sensazioni. Si passa dalla tristezza più buia, più nera, alla tenerezza per queste vite così vuote e così piene, all’empatia totale e disarmante nei confronti di persone che hanno dentro un mondo che non riescono a tirare fuori, e che dalla maggior parte della gente vengono considerate pazze. Ci sono dei momenti di gioia, quando nella sala fumatori, qualcuno è in vena di raccontare barzellette e lo fa con tale serietà, da farti ancora più ridere. E io ricordo ancora oggi quei momenti con un gran sorriso, amaro e dolce allo stesso tempo. Ricordo tutte le facce, e ricordo molte storie. Ricordo gli infermieri, il loro sangue freddo, il loro coraggio e la loro forza, il loro sorriso, la loro disponibilità. 

Mia mamma è stata chiusa lì dentro per un periodo totale di circa due mesi, che a me sono sembrati anni interminabili. Poi ne è uscita. Sono passati due anni e mezzo dall’ultimo ricovero. Adesso è diventata nonna, sì perché nel frattempo io sono diventata mamma, ed è incredibile come quella nanetta che è mia figlia riesca a tenerla con i piedi per terra quasi sempre. Viviamo ancora alti e bassi. Periodi più o meno facili. Però sappiamo come prendere la situazione, abbiamo imparato ad affrontarla di petto, tutti quanti, senza nasconderci. Semplicemente tutti insieme.

Un appello che sento di fare dal cuore: ascoltate i vostri familiari, ascoltate quell’amico che ti fa una confidenza magari profonda, abbiate gli occhi per vedere oltre perché la depressione è sottile e silenziosa, è difficile da sconfiggere perché non la puoi asportare, non la puoi operare. La puoi solo riconoscere,  per poi combatterla. Ma in battaglia non si può mai andare soli, quindi queste persone hanno bisogno dell’aiuto di chi li ama senza riserve. Amateli e non abbandonateli MAI.

Sara

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