IL PACCHETTO COMPLETO: SACRIFICIO E AMORE

maternità: un viaggio fatto di sacrificio e amore

Questo non sarà un articolo facile da scrivere, né tanto meno facile da leggere. 
Sono qui che penso a come buttare giù nero su bianco tutto quel mare di emozioni che ho dentro, pur sapendo che alla fine me ne pentirò, perché la verità non è sempre facile da condividere.

Ma andiamo con ordine, o per lo meno, proviamoci: fin da ragazzina ho sempre desiderato avere dei figli e una famiglia, e mentre studiavo per ottenere un’indipendenza economica che mi avrebbe permesso tutto questo, passavo interi pomeriggi ad immaginare la mia vita tra le coccole di mio marito abbracciando i nostri due o tre cuccioli. A me dello studio e della carriera non interessava nulla: l’ambizione era l’ultimo dei miei desideri e tutti i miei sforzi universitari erano solo il mezzo per ottenere il futuro che volevo. Paradossalmente l’università fu il periodo più sereno e felice della mia vita: avevo un fidanzato che amavo follemente, degli amici con cui uscivo, una vita tranquilla ma piena di spazi per me, con gli orari che volevo, assieme alle persone che amavo. 

Gli anni passarono e i miei sforzi portarono ben presto ai risultati sperati! Avevo sposato quell’uomo, avevamo una casetta per noi e il nostro tempo era prezioso, bello e speciale. Dopo qualche giorno dal matrimonio ricordo che i più sfacciati iniziarono a chiederci quando avremmo avuto un bambino, ma non so per quale motivo, la voglia di diventare madre non c’era più. Volevo godermi la mia vita da donna sposata, volevo viaggiare, volevo la mia indipendenza e la mia libertà. Peccato che ammetterlo davanti a tutti era quasi una blasfemia. Una donna sposata pare debba mettere su famiglia il prima possibile e se entro un tempo definito, non si sa bene da quale statistica, non sforna il primo figlio, si comincia a mormorare che “magari” qualcosa non va. 

I mesi passarono, e piano piano dentro di me si faceva strada il pensiero che forse il mio desiderio di maternità si fosse solo assopito, ma che un bambino sarebbe stata la scelta più giusta e più gratificante per quella vita che mi ero tanto sforzata di avere. Tutto era perfetto: la casa c’era, due lavori a tempo indeterminato, il mio lavoro part time (e chi lo avrebbe mai creduto possibile al giorno d’oggi?), l’età, la salute, l’amore. 

E così, nemmeno il tempo di pensarci tanto, che al primissimo colpo… ero incinta! 
Che emozione!
Che felicità! 
Che avventura fantastica!
Che…pesantezza!

La gravidanza iniziò subito portandomi via la sanità mentale. No, non diventai pazza, ma ero sfinita, a tratti devastata, ma a chi mi chiedeva come stessi cercavo di abbozzare un sorriso a denti stretti fingendo di stare abbastanza bene, tanto nessuno mi capiva. Nove mesi di vomito giornaliero, di reflusso gastroesofageo, di scialorrea, di dolore al nervo sciatico, di nausea infinita ad ogni ora del giorno e della notte, di insonnia, di pesantezza alla pancia, di giramenti di testa, di notti in bianco, di pianti in silenzio la notte perché non volevo credere che la gravidanza potesse essere così brutta, così da incubo! Non so nemmeno quante notti mi ritrovai sola, ma apparentemente accanto a mio marito che beatamente dormiva, a piangere silenziosamente mentre cercavo disperatamente un conforto tra le pagine di blog e forum di mamme che avevano vissuto un’esperienza come la mia. 

Le chiavi di ricerca erano sempre le stesse: “la gravidanza è una merda”, “la gravidanza fa schifo”, “iperemesi gravidica e umore”. Mi sentivo una criminale, e vergognandomi di me stessa, la mattina cancellavo la cronologia della notte passata convincendomi fossero stati solo ormoni e incubi passeggeri. 

Alla fine i 9 mesi passarono e scoprii che la gravidanza aveva un grandissimo pregio a cui fino ad allora non avevo pensato: la gravidanza finisce! Oh sì, finisce! E pure bruscamente! Un giorno sei incinta e il giorno dopo non lo sei più! E volete sapere un’altra magia? Tutti i sintomi e i disagi fisici che avevo erano spariti! Non ci potevo credere.. Come avevo fatto a non pensarci prima? Nove mesi sono lunghi, eterni direi, e ad un certo punto diventano così preponderanti nella tua vita che ti dimentichi com’eri prima, com’eri senza quella pancia ingombrante e quelle contrazioni serali che ti facevano mancare l’aria, per non parlare di come dormivi bene a pancia in giù e a come era bello poter mangiare qualsiasi cosa senza che la stessa si riproponesse tutto il giorno su e giù nel valzer tra lo stomaco e la gola. Ma in un giorno, tutto finisce e magicamente non sei più incinta. Che sollievo! Che leggerezza! Mi sembrava di volare. Quel giorno mi tagliarono la pancia e fecero uscire la mia bambina facendomi passare da futura mamma a neomamma. I primissimi giorni passarono e nemmeno me ne accorsi, quasi coccolata dalle puericultrici, mi sentivo protetta e sicura che per qualsiasi cosa loro mi avrebbero aiutata: notte e giorno. 

Arrivò però il giorno in cui tornai a casa, e lì, inutile dire che non fu tutto rose e fiori. Ma quel che più mi colpì in quei giorni come un fulmine a ciel sereno, era la condizione che avrei vissuto da lì in poi: la gravidanza finiva, ma l’essere mamma era per sempre. Quando diventi mamma non si torna indietro, lo sei per sempre, per tutta la tua vita, senza possibilità di ritirarsi, senza potersi voltare indietro e dirsi “e se…”, senza alternative, senza via di scampo. In un certo senso, passatemi il termine, si è in trappola. 

La maternità, seppur desiderata, mi ha tolto la libertà e, ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese, mi rendevo sempre più conto di come il tempo stesse passando senza che io facessi qualcosa per me stessa. Qualsiasi cosa. Non mi compravo vestiti, tanto non riconoscevo più il mio corpo, non mi curavo più perché non ne avevo il tempo, mia figlia mi prosciugava tutto: il latte, la giornata, il rapporto con mio marito, l’anima, la vita. Fare la mamma, almeno per la mia esperienza personale, è stata l’esperienza più dura della mia vita e se piano piano ho cominciato ad abituarmici, non posso dire che sia un percorso semplice, e l’idea che non ci sia una fine davanti a questo percorso qualche volta mi fa paura. 

Ma in tutto questo, miei cari lettori, c’è un fattore a cui non si può sfuggire. Un fondamento basilare impossibile da non considerare: l’Amore.

Io credo fermamente che abbinato al pacchetto “figlio e fatiche” ci sia un bonus infinito d’amore, perché per quanto sia dura la vita di una mamma, lei stessa vi dirà che senza figli ormai non sarebbe più la stessa, e molto probabilmente la sua vita non avrebbe più significato. Assurdo eh? Non possiamo tornare indietro e forse nemmeno lo vorremmo, e vivendo in questo limbo terrificante ci guardiamo allo specchio stanche, meno belle ma con gli occhi pieni d’amore per queste piccole bestiole che chiamiamo figli.
Non sono rari i casi di tragedie che vedono coinvolti neonati e mamme in crisi post partum, ma voglio dirvi mamme che dentro di voi la forza c’è per andare avanti, ed è tanta, basta scovarla dentro il cuore.

E ricordatevi: “Quando sentite di non farcela più, abbracciate vostro figlio e ricordatevi per chi lo state facendo”. Ve lo assicuro io, che a mia figlia di abbracci ne ho dati davvero tanti! Però ecco: se qualcuno mi chiede “quando arriva il secondo?”, posso mandarlo a quel paese questa volta?

Giulia

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