logopedia e tecnica CAA

NON PARLARE NON SIGNIFICA NON AVER NIENTE DA DIRE

Logopedia: quante di voi sanno di cosa stiamo parlando?

La logopedia (dalle parole greche logos “discorso” e paideia “educazione”) si occupa dello studio, della prevenzione, della valutazione e della cura delle patologie e dei disturbi della voce, del linguaggio, della comunicazione, della deglutizione e dei disturbi cognitivi connessi (relativi, ad esempio, alla memoria e all’apprendimento).
(fonte: Wikipedia)


Care Mamas, come ormai saprete, mio figlio Alex non è verbale.
Che significa quindi, che non può comunicare? Non proprio. 
Alex comunica in altri modi, non verbali per l’appunto.

Il vantaggio di avere una diagnosi precoce, come nel nostro caso, è poter mettere in atto al più presto i trattamenti riabilitativi più idonei.
Per Alex si parla di Comunicazione Aumentativa e Alternativa, o più brevemente CAA.
La CAA è un insieme di tecniche e strategie utilizzate con le persone che hanno difficoltà nei normali canali comunicativi. Ad esempio si possono utilizzare foto, pittogrammi, uscite vocali, fino ad arrivare a veri e propri software simbolici.

Ma dopo questa breve introduzione veniamo a noi: non si sa bene la motivazione, ma nel mondo burocratico intorno alla logopedia esistono delle regole non scritte con le quali mi sono scornata più di una volta.

“Normalmente” si prendono in considerazione i problemi di linguaggio nei bambini dall’età di 3 anni. Ma noi non siamo normali, passatemi questo termine, e dal momento della diagnosi ho avuto sempre ben chiaro che Alex non avrebbe mai parlato.

Quindi perché non iniziare subito?
Non esiste infatti nessuna regolamentazione ufficiale o legge di qualsiasi tipo che specifichi l’inizio a tre anni esatti, ma le varie neuropsichiatrie attendono comunque tale scadenza per poter procedere. Fu proprio una persona del settore a dirmi che la lista d’attesa per la presa in carico è sempre lunghissima, e spesso non segue l’ordine “giusto”: è preferibile infatti mandare avanti bambini con problemi minori, e quindi dimissibili prima. “Tanto i gravi restano gravi, e a molti di questi viene addirittura negata” mi disse.

Quindi la mia domanda di inizio precoce, corredata da un’enciclopedia di informazioni, studi scientifici ed esperienze dirette di altri genitori, rimase in attesa fino ai fatidici 3 anni, dopodiché mi sono sentita dire: “Ma cosa crede, che con la logopedia suo figlio inizi a parlare?”. No, io non avevo questa pretesa, e nemmeno questa speranza, ma volevo che mio figlio cominciasse con me, con noi. E volevo capire come aiutarlo in questo.

NON PARLARE NON SIGNIFICA NON AVER NIENTE DA DIRE.

Comunque, dopo il tumulto burocratico, ho avuto la fortuna di trovare nel corso degli anni, due logopediste competenti e disponibili a formarsi insieme a me, frequentando più volte i corsi gratuiti del centro sovrazonale di Milano.

Dall’anno scorso si è aggiunta anche l’opportunità di frequentare per delle riabilitazioni intensive quindicinali il Centro Logopedico e Foniatrico di Padova, dal quale ogni volta portiamo a casa tante direttive efficaci. Abbiamo modificato parecchio le cose dall’inizio del percorso, adeguandole alle esigenze di Alex. La sua intenzionalità comunicativa è altissima, e la sua capacità di farsi capire è sempre in aumento.

Ora siamo in procinto di una nuova scocciatura burocratica: anche la nostra città si è adeguata al modus operandi di tante altre, cambiando le modalità di accesso. Al termine della prima elementare, i bambini che necessitano di logopedia, vengono classificati secondo un codice colore in base alla gravità, esattamente come al pronto soccorso;  pertanto ogni colore avrà a disposizione un determinato numero di sedute, dopodiché si torna in lista d’attesa.

Cosa comporta questo?
Il rischio di vanificare un lavoro continuativo di anni, e come sempre a farne le spese sono i casi più gravi.

Ho scelto di parlarvi di questo argomento in particolare perché ritengo che sia un qualcosa da approfondire, ritengo sia un’area d’interesse da conoscere e non sottovalutare e nello specifico ho voluto usare questo canale per lanciare un po’ del mio disappunto: io, mamma di un bambino disabile, ho il dovere di condividere le difficoltà che ogni giorno la burocrazia aggiunge alla nostra vita. 

Chissà se qualcuno leggendomi, potrà capirmi.
Chissà se potrò essere di supporto in tutto ciò.
Ci siamo anche noi in questa società, noi madri che ci smezziamo tra le difficoltà tra le mura di casa e le difficoltà che incontriamo nelle varie istituzioni.

Noi ci siamo, e siamo tante.

Silvia

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