WELCOME TO THE UNITED KINDOM

Ben ritrovate care Mamas,
ci siamo lasciate mentre vi parlavo della mia passione e attenzione per l’ambiente tra le mura di casa, e ora vi confesso che nulla è cambiato, tranne le mura di casa per l’appunto!
No no, non sto parlando di carta da parati o di tinteggiatura, mi riferisco al fatto che la mia famiglia ha cambiato nido: ci siamo trasferiti nel Regno Unito!

Scenario: trasloco con componente internazionale, con adattamento nostro ma anche delle nostre figlie di quattro e sei anni.

Ma facciamo qualche passo indietro.

Febbraio

Il mio compagno sta già vivendo e lavorando all’estero, ha finalmente trovato la casa giusta per noi e a breve gli consegneranno le chiavi;
Io avviso il mio datore di lavoro, dò disdetta del contratto d’affitto della casa in Italia, inizio a contattare ditte di trasloco internazionali e metto in vendita tutto ciò che non mi porterò via, ma ecco che tutto si blocca e arriva l’ostacolo più inaspettato: Covid, pandemia & lock dow

Inutile dirvi che tutto si è posticipato: non sapevamo come e dove collocare la parola “quando”, avevamo un punto di partenza ma ci mancava un punto di arrivo.
Un tunnel lunghissimo senza una fottutissima luce.

Mi sono ritrovata in Italia da sola, con il padre delle mie figlie bloccato all’estero che non poteva nemmeno farci più visite.
Le mie bimbe a casa con didattica a distanza, ma io dovevo continuare ad andare in ufficio perché il settore in cui lavoravo, quello dei trasporti, non si è fermato mai!

Azzurra, ma non potevi contare sulla tua famiglia? 
Eh no, perché uno dei miei genitori era soggetto a rischio.

Mi sono ritrovata in un limbo, in un girone dell’inferno nel quale mi chiedevo se mai ci saremmo ricongiunti.

È stata dura, durissima, ma l’unione della famiglia si vede anche a distanza e i miei genitori seppur non presenti fisicamente ci sono sempre stati.

Per un mese sono rimasta a casa e ho lavorato a distanza, finché grazie all’aiuto delle mie sorelle che si sono rese disponibili per occuparsi delle miei bimbe, ho ripreso a lavorare in ufficio.
Ho venduto tutto quello che non avrei potuto portare con me, dopodiché ho traslocato, salutato colleghi, amici, parenti.

Giugno

Mancano poche settimane al nostro volo aereo, trovato mio malgrado solo con scalo a Bruxelles.
Nemmeno il tempo di gioire, che poco dopo il volo ci viene per metà cancellato.

Non mi abbatto: in qualche modo da Bruxelles saremmo riuscite a raggiungere l’inghilterra fino a quando, qualche giorno prima della partenza, ci viene interamente cancellato il biglietto.

Disperazione? No! Lungi da me!
Ero pronta a partire, ma ho sfruttato quell’occasione lì godermi ancora un po’ amici e famiglia, fiduciosa che un nuovo volo, magari diretto, sarebbe uscito presto.

Detto, fatto.
Nuovo volo, altra corsa, questa volta con scalo a Francoforte.

Parto da casa per andare all’aeroporto con tre ore di sonno in corpo, e fortunatamente arrivo in anticipo perchè al primo imbarco mi chiedono di compilare una carta per il governo inglese relativamente a nuove procedure Covid & dintorni.
Perdo più di un’ora per cercarla online e compilarla, e fortunatamente ci riesco.

Io e le mie figlie riusciamo a salire sull’aereo, ed eccoci a Francoforte per lo scalo; giusto il tempo di mangiare e senza nemmeno rendercene conto, eravamo sul volo che avrebbe ricongiunto la mia famiglia.

Il mio cervello lavora come un frullatore: “Sei sempre più vicina all’obiettivo, Azzurra!”
La mia bimba più piccola dorme, la grande mi fa compagnia dato che io non riesco a chiudere occhio.

Atterriamo.
Siamo finalmente in Inghilterra e la stanchezza inizia a farsi sentire: forse posso tirare un sospiro di sollievo dopo essere stata quasi in apnea, ma no, non era ancora il momento di abbassare la guardia.

Ci ricevono allo sportello immigrazione con domande del tipo:
“Perché siete venute in Inghilterra?”
“Perché proprio ora, in piena pandemia?”

Io porto al banco le mie più sincere risposte sul fatto che ho semplicemente atteso che la pandemia passasse in Italia per ricongiungermi con il mio compagno e che sarei dovuta essere lì da prima che tutta la pandemia esplodesse, e che non ero lì in vacanza ma per vivere nel loro paese.

Ecco cosa mi viene risposto: “I don’t mind, you are not helping our country coming here now” (letteralmente mi è stato detto che non stavo aiutando il loro paese trasferendomi lì in questo contesto)

Crollo in un silenzio profondo, non ho più parole!
Dopo tutto quello che avevo passato, atteso, sopportato, non potevo proprio sentirmi dire che quello non era il momento giusto!

Il “gentile” signore dell’accoglienza, un vero lord oserei dire, mi chiede i contatti telefonici in caso debbano farmi altre domande e mi lascia passare.

Lo ringrazio, ma lui non mi guarda nemmeno in faccia e non mi saluta nemmeno, chiede un gel disinfettante al collega e mi lascia scivolare fuori dal suo campo visivo come un’ospite indesiderato.

Varco l’ennesima porta automatica con un mix di emozioni in corpo che faccio ancora fatica a definire, ma le trattengo dentro di me e lascio spazio al gel disinfettante.
Un pò a me, un po’ alle mie figlie.

Eccolo uscire, finalmente il mio sospiro di sollievo aveva trovato spazio.

Scoppio in un pianto liberatorio condito di tristezza, gioia, stanchezza e paura accumulata.
Sono stanca, e mi sento uno straccio.
Un treno carico di mille emozioni mi aveva travolto.

Poi arriva lui, il mio compagno, il padre delle mie figlie!
Ci scambiamo un bacio attraverso le mascherine e un abbraccio lungo e silenzioso, la situazione non ci permette di lasciarci nemmeno salutare in naturalezza, e io sono ancora provata dal benvenuto appena ricevuto.
Mentre viaggiamo verso quella che sarà la nostra casa, mi impongo di non pensare più a nulla: ce l’abbiamo fatta, siamo finalmente insieme, siamo noi quattro e tutto il resto davvero non conta.

Ho di nuovo il sorriso, non importa se è nascosto dalla mascherina perché mi sorridono anche gli occhi.

Con i giorni ho realizzato che probabilmente il trattamento subito dall’operatore, non era nulla più che uno sfogo personale: mi sono messa a guardare la cosa da un’altra prospettiva, dal punto di vista di chi sta vivendo la pademia nel pieno della diffusione nel proprio paese e vede tutto e tutti come un possibile nemico.
Stress e paura sono un connubio micidiale in questi casi.

Che strana la vita! Vi sto raccontando tutto tra le mura della mia casetta inglese, nella mia soleggiata cucina (si, avete letto bene, 
soleggiata!)

Quali altre avventure ci attenderanno nel nostro inserimento qui?
Come sarà inserire le bambine a scuola?
Per noi parlare dei mille pensieri circa l’integrazione a livello lavorativo, sociale, familiare.

Quando ho iniziato a scrivere per questa community ho accettato perché ho sempre creduto nel potere della condivisione, e nel mio piccolo spero di poter essere di sostegno a chi come me ha affrontato o dovrà affrontare un trasferimento.

Io nel frattempo inizio a mettere radici.

A presto!
Azzurra

Azzurra- @a__v__s__
Azzurra
@a__v__s__

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