Caro figlio mai nato

Lettera di una mamma che ha perso suo figlio - aborto spontaneo - Associazione CiaoLapo - babyloss

Era il sei di agosto quando decisi di fare quel test di gravidanza, anche se temevo molto l’ennesimo negativo: era già successo nei tre mesi precedenti, ahimè.
Ti desideravo tanto, tutto ciò che volevo era avere la conferma della tua esistenza dentro di me.
Quella mattina il test positivo mi spiazzò.
Con tuo fratello avevo il cuore che mi batteva talmente forte che credevo potesse uscirmi dal petto, invece con te ero impietrita, come incredula che quella magia già vissuta potesse ripetersi. 
Andai a dirlo subito al tuo papà, volevo condividere al più presto quello stupore.
Passai giorni a fantasticare su quella che per me sarebbe stata la mia seconda e ultima gravidanza, perché ho sempre pensato che tre figli sarebbero meravigliosi, ma che non avrei la forza mentale di crescerne più di due.

Iniziai ad immaginare le prime ecografie, i primi calcetti, la pancia che cresce, di nuovo, come per
Magia; ma avevo anche paura, come ne avevo avuta per tuo fratello. 

Continuavo a ripetermi: 
“Andrà tutto bene?”
“Sarà sano/a?”
“Sarà una gravidanza difficile?”

Alcune mie amiche avevano avuto delle complicazioni, e io avevo paura toccasse anche a me.

La prima ecografia andò bene: la ginecologa mi rassicurò sul fatto che ti eri messo al posto giusto, ma ancora non ti vedevamo.
Eri troppo piccolo, “Solo un puntino”, disse lei.
Si vedeva solo la camera gestazionale, ma era normale a cinque settimane appena.

Aspettavo l’arrivo della nausea mattutina: sapevo che un giorno, alzandomi dal letto, avrei avvertito quel malessere dei primi mesi così fastidioso, ma che avrebbe significato che tu stavi bene e crescevi, così come la quantità di ormoni nel mio corpo. 

Invece niente nausea e nessun altro sintomo.
Mia mamma mi diceva di ritenermi fortunata, ma io mi preoccupavo.
Era la seconda gravidanza e in cuor mio mi dicevo che sarebbe andato tutto bene, che alla fine sapevo già a cosa andavo incontro.

E invece no, non lo sapevo.
Non sapevo che un giorno, all’inizio dell’ottava settimana, avrei avuto quelle maledette perdite.

La ginecologa ancora una volta mi tranquillizzò dicendo che esse non dovevano essere per forza un segno negativo, e che moltissime donne le hanno in gravidanza.

Dentro di me sentii di averti perso, ma avevo ancora un pezzetto di speranza e mi ci sono aggrappata con tutta me stessa.

Quelle perdite però non si sono fermate e sono state spietate. 
Corsi in ospedale con tuo fratello di due anni, da sola, perché papà era a lavoro e sarebbe corso da noi al più presto. 
Continuavo a sorridere a tuo per non farlo spaventare, per fargli sembrare tutto un gioco, mentre invece avrei voluto piangere a fiumi.
Arrivata in ospedale sapevo che non c’eri più, piansi le ultime lacrime di fronte ad una sconosciuta che mi consolò, e nelle ore seguenti al raschiamento mi sentii come il giorno del test di gravidanza: incredula, pietrificata, ma questa volta con una tristezza nel cuore indicibile.
Come era possibile che fosse successo a me?
Perché proprio a me?
Sicuramente questa domanda se la fanno tutte le mamme a cui capita una perdita simile.

“Si trattava di certo di un difetto genetico, la natura ha fatto il suo corso”
Ho accettato queste parole così come si sono state dette, e mi sono aggrappata a questa verità scientifica come ad un ramo su un dirupo per non cadere giù, per non darmi colpe che mi avrebbero distrutta.

Sono passati mesi, ma non riesco a non pensare al fatto che tu eri dentro me, e probabilmente volevi vivere, ma il mio corpo ha deciso che non eri forte abbastanza. Eri un puntino, un embrione innestato in me, in quella bollicina scura che mi resta su un’ecografia nascosta nel libretto di maternità semivuoto.

Eri e sei mio figlio, anche se non ti ho mai visto, anche se non ti potrò sentire e tenere in braccio, e resterai in me, incastonato come una pietra preziosa.  Non ti dimenticherò, e quando un giorno mi chiederanno quanti figli ho, ti conterò in cuore mio, pur tenendo per me la tua perdita con gli estranei.

Ho due figli, uno è stato forte ed è cresciuto e nato ed ho l’onore di crescerlo, e un altro no, ma ciò non lo rende meno figlio.
E lo scrivo per tutte quelle donne che hanno vissuto questa esperienza traumatica, che si sentono sole: nessuno può sistemare un cuore infranto, non si può capire se non lo si vive. Nemmeno io potevo prima che succedesse.

Non siete sole, siamo in tante.
Una su tre. 
Siamo mamme che hanno perso un figlio desiderato, amato dal primo istante. 
Abbiamo perso un pezzo di futuro, di bellezza, d’ingenuità, di speranza, di possibile gioia.
Lo scrivo anche per tutti gli altri Puntini rimasti tali, mai sbocciati, perduti. 
Non siete soli, non siete stati dimenticati, siete nei nostri pensieri, parole, ricordi, preghiere e dolori.
Ci siete, ci sarete sempre.

Anche tu Puntino mio, ci sarai sempre.
Mamma

Racconti senza firma

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