Perchè ho lasciato l’Italia

PERCHÉ HO LASCIATO L’ITALIA

Care Mamas,
vi avevo lasciato sulle note del mio/nostro tormentato arrivo in terra inglese, e oggi voglio rispondere ad una delle domande che mi fanno più spesso da quando sono partita: “Perché hai deciso con la tua famiglia di lasciare l’Italia?”

Non esiste una risposta precisa, direi piuttosto un insieme di ragioni che, abbiamo sparpagliato sul nostro tavolo per giungere alla conclusione che c’erano un sacco di “pro”. Realizzare che era giunto il momento di cambiare vita, nonché Paese, è stato tutto fuorché semplice: lasciare le nostre famiglie, i nostri amici, il clima, il buon cibo e … il bidet!

La molla è scattata nella mia testa quando ho iniziato a percepire un generale senso di stanchezza per la nostra condizione da famiglia Italoghanese. Mi spiego meglio: in Italia non stavamo male, anzi! La amiamo profondamente!
Tuttavia iniziavo a sentirmi parte di una sorta di razzismo di circostanza.

Detto più concretamente, era ormai diventata la normalità per me reagire ad avvenimenti che ci circondavano quasi con indifferenza, e con un meccanismo difensivo di scuse che vomitavo a risposta automatica al mio compagno ogni volta che un comportamento nella nostra quotidianietà mi si palesava come scortese, inopportuno o discriminatorio:

  • “Ha detto cosi perchè è una persona ignorante”.
  • “È successo questo perché è una persona anziana.”
  • “Ha reagito in questo modo perché è una persona che non ha mai messo il naso fuori dal suolo italiano.”
  • “ mVedrai, con le nuove generazioni ci sarà molta più apertura mentale e opportunità sia a livello sociale che in ambito lavorativo”

Mi sono sempre ritenuta fortunata a non aver vissuto episodi razzisti in prima persona, ma la verità è che gli episodi c’erano, e quando non erano direttamente indirizzati a noi, erano comunque onnipresenti, rivolti al capro espiatorio di turno. 

E io cosa facevo? Mi nascondevo dietro a queste scusanti per non mettere davanti ai miei occhi il problema.

Vi cito qualche situazione che ero solita vedere o vivere in prima persona, e vi invito a riflettere qualora fosse successo anche a voi:

  • Frasi in forme dialettali tra impiegati in uffici pubblici come se le persone straniere davanti a loro non fossero presenti, o presupponendo non potessero capire, del tipo : “E questo adesso cosa vuole?”
  • Corrieri espressi che lavorano in divisa e con furgone siglato dell’azienda a cui non viene aperta la porta, pur con inquilini presenti in casa, che hanno la faccia tosta di affacciarsi alla finestra, per la semplice ragione che l’autista ha la pelle nera e “non si fidano”.
  • In vari ambiti in cui ho lavorato, vedevo clienti stranieri trattati letteralmente come clienti di serie B o in caso di nuove assunzioni sentivo serenamente affermare che i CV con nomi stranieri venivano scartati senza nemmeno essere letti oltre la dicitura nome e cognome.
  • Come dimenticare poi i classici “discorsi da bar” apparentemente i più innocui e per questo i più deleteri, frasi accompagnate da pacche sulle spalle:“Sai che tu sei proprio simpatico e bravo, non sei come gli altri stranieri!”

Sono esempi di dinamiche che vedevo ogni giorno, in un’occasione o in un’altra, che di certo non condividevo, ma non ritenevo fossero un problema, perchè avevo sempre una giustificazione, e così facendo ne ero complice.

Ho sempre creduto che la mia famiglia sarebbe stata protagonista e spettattrice in prima linea per il cambiamento che tanto sognavo per la mia Italia, il miglioramento che desideravo in un domani sempre più prossimo, ma poi un giorno non ho saputo rispondere a questa domanda: “Tra quanto tutto questo avverrà?”

Vale davvero la pena attendere, quando esistono altri Paesi dove gli step dell’integrazione sono dieci volte avanti?
Dove uno straniero può ambire a lavorare in banca o riprendere gli studi, finanziato dallo Stato stesso che lo ospita?

Sentivo inoltre un grosso peso unicamente sulle mie spalle, il peso di dover puntualmente farmi da portavoce quando “l’italianietà” della mia famiglia veniva messa in discussione, diventava necessario il mio intervento per dimostrare quanto fossimo italiani “veramente” per non subire comportamenti discriminatori o rendere più complicato qualsiasi tipo di richiesta, da una semplice cortesia a questioni burocratiche.

Ricordo ancora quando cercavamo casa in Italia: una delle domande che ci veniva fatta più spesso dalle agenzie, al telefono, era se fossimo italiani, perchè i proprietari non volevano categoricamente inquilini stranieri.

Non avete idea di quante volte avrei voluto rispondere a questa domanda urlando che sia io che il mio compagno avevamo la cittadinanza italiana che valeva tanto quanto quella del proprietario che ci metteva in discussione;

Che le mie figlie erano nate nel vicentino, da una mamma italiana e da papà italoghanese.

Quante volte avrei voluto gridare: “Possiamo essere considerati abbastanza italiani nel complesso per lei?”

Ed ecco che puntualmente ero io a chiamare per lasciare un nome e un cognome dove l’italianità era sottointesa e non lasciava dubbi, per non rischiare di essere trattati in con assurdo pregiudizio.

Odiavo quando la realtà mi prendeva a schiaffi in queste occasioni e io non avevo più scuse, più giustificazioni.

La verità è che per me partire è stata in parte una vera e propria sconfitta. 
Io, che nel mio Paese ci ho sempre creduto e l’ho sognato più unito e inclusivo. 
Ma sempre io, che sono poi arrivata al punto di non avere più la forza di combattere questa battaglia, di certo non sulla pelle delle mie figlie e del mio compagno.

Inoltre c’era un’altra condizione che per me era necessario cambiare: il nostro stile di vita, inteso proprio come qualità del tempo.
In Italia il nostro tempo era per l’80% dedito al lavoro.
Per me non era più una situazione tollerabile da mamma lavoratrice, arrivare a casa tra le 19.00 e 21.00 di sera.
Pur avendo provato a cambiare posto di lavoro per ben tre volte da quando sono madre, sia per ambito, che mansioni, pur di avere un orario più “family friendly”, ma sempre con scarisissimi risultati. 

Ero stanca di veder terminare le mie giornate in cui gli unici momenti trascorsi con le mie figlie erano la mattina di corsa prima di portarle a scuola, e la cena, se non solo per il bacio della buona notte, talvolta.
Non era più la vita che volevo. 
Sognavo una realtà in cui l’utopico part-time, qualora richiesto da una mamma lavoratrice, fosse considerato un diritto e non confuso con mancanza di voglia di lavorare!

Mi spiace se ho deluso le aspettative di chi prevedeva una risposta con un sorriso e le parole a cuor leggero : “Siamo partiti all’avventura per cercare la fortuna in un nuovo Stato”.

E chiedo scusa anche alle generazioni future, figli e figlie di coppie miste o discenenti di nuclei familiari arrivati in Italia da altri paesi se io e la mia famiglia non siamo rimasti a lottare con loro e per loro.
Ma la mia terra natale non è pronta, la strada è ancora molto lunga, e per quanto amiamo follemente il caro e vecchio Stivale, abbiamo deciso comunque per tutte queste ragioni di salire su quell’aereo e partire, per un luogo dove abbiamo l’opportunità di poter scegliere il nostro futuro con dignità e sopratutto nell’immediato.

Spero un domani di non pentirmi di questa scelta e di ritrovare un’Italia che mi renda fiera dei suoi progressi, più matura a livello di integrazione, e sopratutto più colorata in ogni ambito lavorativo, culturale e sociale.
Solo il tempo saprà mettere pace alla domanda nella mia testa che mi chiede se ne sarà valsa davvero la pena. 

Nel frattempo io vi terrò aggiornate care mamas, e ora posso dirvi che si, ci svegliamo con un sorriso sereno, e finalmente insieme ce la stiamo mettendo tutta per affrontare il nostro nuovo avvenire.

Un abbraccio,
Azzurra

Azzurra- @a__v__s__
Azzurra
@a__v__s__

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